lunedì 28 gennaio 2013

Le palle dei Romani

A Roma alcune palle di cannone sono conservate e considerate preziosi reperti storici. 
La prima è la cosiddetta "palla del miracolo", visibile all'interno della chiesa di San Bartolomeo all'Isola (l'Isola è quella tiberina, ovviamente, e, a prescindere dalla palla di cannone, vale davvero la pena di farci un salto!). Vanta un diametro di 14 cm e fu sparata dai Francesi (a Roma chiamati Franzosi!) nel tentativo di mettere fine all'esperimento della Repubblica Romana del 1849. Partita dalla via Aurelia, la cannonata si abbattè contro la chiesa, attraversando il muro e finendo la sua corsa sull'altare della Cappella della Vergine. Il tutto avvenne in un momento in cui la chiesa era affollatissima, ma fortunatamente non ci furono vittime (ecco perché "palla del miracolo"). Il proiettile è stato murato nella parete sinistra della Cappella e ad esso è stata aggiunta una epigrafe commemorativa. 
Un'altra palla, anch'essa sparata dai Francesi, andò invece a schiantarsi sulle scale di marmo del Salone d'Onore di Palazzo Colonna ed è visibile visitando la Galleria. In questo caso pare che essa, sparata dal Gianicolo, sia entrata da una finestra aperta.
Ritroviamo una palla di cannone anche a Villa Medici, sul Pincio. A sparare, in questo caso, pare sia stata la regina Cristina di Svezia, ma le motivazioni dell'incauto gesto sembrano avere origini discusse (ma sempre pertinenti a un carattere non propriamente facile della sovrana!): per alcuni la cannonata sarebbe stata un modo per manifestare la propria insofferenza di fronte al ritardo di un ospite che la regina stava aspettando e che doveva arrivare proprio da Villa Medici. Secondo un'altra versione, piuttosto accreditata, Cristina e il suo amico (forse amante...) cardinal Decio Azzolino avevano appuntamento a Villa Medici, ma il cardinale non si fece vedere. La regina allora, furiosa per il trattamento ricevuto (mai dare buca a una donna...!), si recò sulle terrazze di Castel Sant'Angelo e, da uno dei numerosi cannoni, sparò un colpo liberatorio verso la Villa! Per qualcuno, ancora, all'origine della cannonata sarebbero stati dei contrasti non meglio specificati creatisi tra la sovrana e la famiglia Medici. Infine, si dice anche che il colpo sia stato sparato, sempre da Cristina, in occasione di un appuntamento con il pittore Charles Errand: Cristina, pur essendo in ritardo, avrebbe trovato un modo speciale per dire all'amico che non si era dimenticata del loro incontro e, anzi, per manifestare la sua presenza nonostante si trovasse ancora piuttosto lontana (del resto, all'epoca non c'erano mica i cellulari...!).  La palla sparata sarebbe la sfera marmorea che oggi fa da ornamento alla fontana seicentesca posta di fronte alla Villa (oggi sede dell'Accademia di Francia). In realtà, anche ammesso che la palla marmorea fosse rimasta integra nonostante l'impatto, nessuno dei cannoni in uso nel XVII secolo a Castel Sant'Angelo aveva una gittata tale da poter sparare un proiettile così pesante a 1,5 km di distanza. Sta di fatto però, che se andiamo a guardare il portone bronzeo di villa Medici (sì, è ancora quello originale!), noteremo un'ammaccatura alquanto singolare...! 
Per finire, un altro cimelio bellico si può individuare lungo le mura Aureliane, in Corso d'Italia, incastonato nella muratura della torre di fronte a via Po. Questa volta il contesto storico è quello dell'annessione di Roma al Regno d'Italia, nel 1870, con la dura battaglia tra l'esercito regio e quello pontificio, conclusasi con la famosa Breccia di Porta Pia. A distinguersi, durante lo scontro, non furono solo gli eroi del Risorgimento, ma anche le nostre mura: progettate per resistere ad assedi di entità ben minore, riuscirono a resistere all'artiglieria pesante per circa 5 ore!
Per dire la verità, un'altra cannonata andrebbe menzionata... però la palla di cannone non c'è più. A Palazzo De Carolis, in via del Corso, su una parete del cortile un'iscrizione ricorda il punto in cui, ancora durante l'assedio francese del 1849, arrivò una cannonata: UN COLPO DI CANNONE FRANCESE / LANCIO' UNA PALLA IN QUESTO / LUOGO IL GIORNO 20 GIUGNO 1849 / ALLE ORE 3 3/4 POMERIDIANE / DEL CALIBRO DA 24. Anche se il proiettile è sparito, l'impronta è stata comunque raffigurata! La lapide invece fu fatta posizionare nel 1893 dal principe Ignazio Boncompagni Ludovisi, allora proprietario del palazzo.

giovedì 17 gennaio 2013

Che hai preso le brugne de Scesanelli?

Con l'ironia tipica dei Romani, questa frase dall'apparenza oscura, nasconde un semplice significato derivante da una... ehmmm... sottile metafora.
Un tempo a Roma esisteva un famoso farmacista, tale dott. Cesanelli, che aveva la sua bottega proprio sul Corso, vicino Palazzo Chigi. In particolare, erano conosciutissime le sue "brugne", ossia prugne, trattate con polvere medicamentosa e dalle indiscusse proprietà lassative. L'appellativo di "brugne de Scesanelli", passó ovviamente ad indicare qualsiasi cosa avesse le stesse proprietà, e fin qui nulla di originale. Ma dal suo ampio uso in senso figurato, risultato di una spregiudicata capacità di astrazione, le brugne del farmacista entrarono a far parte di questo particolarissimo modo di dire ("che hai preso le brugne de Scesanelli?") con cui, in modo forse poco delicato, si apostrofava chi andava visibilmente di fretta! Evidentemente quel pizzico di distacco e di sano menefreghismo che noi Romani proviamo nei confronti delle preoccupazioni e degli affanni relativi alla vita di tutti i giorni, fanno sí che ci sia solo un motivo plausibile perché qualcuno si affretti: dover correre in bagno!!

domenica 13 gennaio 2013

Il bar del cane

Il "bar del cane" è il soprannome dato a una piccola fontanella, situata sì, sulla centralissima via Veneto (di fronte all'Ambasciata degli Stati Uniti), ma che finisce immancabilmente per passare inosservata.
La fontanella è un esempio di stile razionalista del Novecento, e la leggenda racconta che essa sia stata voluta da Mister Charlie, proprietario (frequentatore, secondo altre versioni) del vicino caffè ABC, che prima della Seconda Guerra Mondiale si trovava all'interno dell'hotel Ambasciatori (il vero nome del Caffè era Gui Bar, ma era piú noto con il soprannome di ABC) . Egli infatti avrebbe avuto la necessità di far bere i suoi cani mentre lui era all'interno del locale. Quanto fosse una trovata stravagante per pubblicizzare il locale e quanto rispondesse invece a una reale esigenza, resta da vedere...! Fatto sta che la fontanella del cane, alimentata dall'Acqua Marcia, fu realizzata nel 1940, a beneficio dei cani che trotterellavano lungo la strada che poco dopo sarebbe diventata il fulcro della Dolce Vita, e che potevano così trovare, al pari dei loro padroni, un luogo dove ristorarsi e sostare. Essa è composta da una vasca che raccoglie l'acqua ai piedi di una nicchia, mentre nella parte superiore è presente un riquadro nel quale si affaccia un cane, mostrando il muso e le zampe anteriori, sotto le lettere ABC, che, al di là degli elementi più dubbi del,a leggenda, confermano comunque il legame della fontanella con il bar.
Oggi purtroppo la fontana non è più funzionante e i nostri amici quadrupedi non hanno più il loro bar!

lunedì 7 gennaio 2013

La Buca dello spione


Fare la spia, a Roma, è uno dei crimini più gravi di cui ci si può macchiare, che comporta non solo l'istantaneo isolamento del delatore, ma che vale istantaneamente l'appellativo di infame, con la conseguenza che se qualcuno sarà costretto ad attirare l'attenzione di un così vile personaggio, lo apostroferà necessariamente con le parole "a 'nfame!"

A testimonianza della serietà del crimine rimane anche la Buca dello spione (Rione VIII, S. Eustachio). Si tratta di una sorta di cassetta postale in marmo, con tanto di targa con le istruzioni, che venne collocata sul fianco della chiesa di San Salvatore alle Coppelle (oggi chiesa ortodossa pertinente alla comunità romena), in piazza delle Coppelle, in occasione del giubileo del 1750, per il quale era previsto, e si verificò, l'arrivo in città di oltre un milione di stranieri, che giunsero perfino dalle Antille!
La buca doveva servire a osti, locandieri e albergatori vari a segnalare tutti i forestieri malati che si trovassero presso i loro alloggi, indicandone nome e provenienza. Queste segnalazioni avrebbero dovuto essere sfruttate dall'Arciconfraternita del SS. Sacramento della Divina Perseveranza per accorrere ad accudire i malati, ma tutti furono da subito convinti che fosse solo un modo per esercitare il controllo e la sorveglianza da parte delle forze di polizia. Di conseguenza, l'insuccesso dell'iniziativa, in una città solidale come Roma, fu immediato, almeno quanto l'appellativo che si guadagnò la buca!

domenica 6 gennaio 2013

La casa di Pasolini

Nel 1955, dopo aver abitato nelle vicinanze del carcere di Rebibbia, Pier Paolo e sua madre Susanna Colussi si trasferirono in un appartamento in via Fonteiana (civico 86, interno 26), verso Donna Olimpia. Pier Paolo abitò al quarto piano di quest'edificio giallino, e si sa che a firmare l'atto di affitto fu proprio il "Colonnello Attaccabottoni", come lo scrittore Carlo Emilio Gadda chiamava il padre di Pasolini, che evidentemente aveva raggiunto la famiglia dopo che nel 1950 era fuggita dal Friuli per scampare le conseguenze dello scandalo suscitato dall'omosessualità di Pier Paolo. E qualcuno ancora ricorda il terribile signor Carlo Alberto, ufficiale di fanteria a riposo, con il suo carattere austero e difficile, che coltivava la sua passione per l'alcool proprio nel bar dove ora si trova un negozio di articoli sportivi. La conseguente cirrosi non gli lasciò scampo. Pier Paolo abitò qui fino al 1959, finendo di scriver proprio in questo appartamento "Le ceneri di Gramsci". Quindi si trasferì poco distante, a via Giacinto Carini. All'ingresso del palazzo una targa (uguale a quella posta in via Carini, peraltro... Quanta poca fantasia, per celebrare un artista così fecondo!) ricorda l'inquilino poeta con alcuni dei suoi versi: "Com'era nuovo nel sole Monteverde Vecchio!".
In altri versi, a testimonianza dello stretto legame e dell'amore provato per questo quartiere, Pasolini parla proprio di questa casa: "Ed ecco la mia casa, nella luce marina / di via Fonteiana in cuore alla mattina".
Purtroppo proprio questa città da lui così vissuta, questa città adottiva che lui ha raccontato e compreso così intimamente, finirà per tradirlo, dandogli una morte violenta e su cui ancora oggi non è stata fatta chiarezza.