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sabato 2 marzo 2013

A Roma non si muore...

A Roma in realtà, oltre ad essere molto fantasiosi, su certi argomenti siamo anche un po' scaramantici! Quindi, per evitare di pronunciare direttamente la parola "morire", negli anni sono state ideate alcune alternative! La stessa morte, ha un suo soprannome: Commare Secca!
Ecco alcune delle varianti che evitano ai Romani... di morire!

- Anna' a ingrassa' le cucuzze/cucuzzole (zucche, zucchine, dal latino cucurbita)
- Anna' a l'arberi pizzuti (il cipresso, dalla forma affusolata e la cima a punta, è l'albero tipico dei cimiteri...)
- Anna' a l'antri carzoni (alla salma viene messo il vestito "buono", altri calzoni rispetto a quelli di tutti i giorni)
- Anna' a fa' tera pe' li ceci (notoriamente questa pianta gradisce un terreno grasso e fertile)
- Anna' a fa' gas (si riferisce al naturale processo di decomposizione)
- Anna' a 'ngrassa' li vermi (non servono spiegazioni)
- Anna' a San Lorenzo (San Lorenzo è il quartiere che ospita il Verano, il cimitero monumentale di Roma, che per piú di un secolo e fino alla metà del Novecento è stato l'unico cimitero romano in funzione)
- Anna' ar bon viaggio (il viaggio verso l'altro mondo)
- Anna' ar Creatore (la destinazione del bon viaggio di cui sopra...)
- Fa' fa' 'n' antra mancia ar beccamorto (far fare un ulteriore guadagno all'impresario di pompe funebri)
- Stira' le cianche (cianche=gambe. È tipico dei moribondi infatti irrigidire le gambe)
- Tira' er cazzo ar pettirosso (purtroppo non è nota l'origine di questo modo di dire, utilizzato nei suoi sonetti dal Belli e ormai caduto in disuso)

- Passa' ponte: più frequentemente l'espressione aveva il significato di prendere una decisione definitiva, da cui non è possibile recedere, ma a volte veniva usata col significato di morire proprio per il carattere di irrimediabilità dell'evento.



venerdì 1 marzo 2013

Nun so' fiaschi che s'abbotteno!


(Foto da Midisegni.it)
L'espressione "Nun so' fiaschi che s'abbotteno" viene usata in risposta a chi cerca di sollecitare lo svolgimento di un'operazione. Si ricorda agli impazienti che quello che si sta facendo non è un lavoro facile, e quindi richiede del tempo. Solo chi ne ha la competenza può stabilire quanto ci vuole. Il modo di dire nasce all'inizio dell'800, quando i vetrai romani erano famosi per la loro abilità nel foggiare i fiaschi soffiando il vetro. Uno straniero, pensando si trattasse di un'operazione semplice, volle provare anche lui, ma nonostante i suoi molteplici tentativi, non riuscì a far gonfiare ("abbottare") i fiaschi. Da questo episodio trae anche origine l'espressione "fa' fiasco", fare fiasco, nel senso di fallimento di un'impresa.
Una lucuzione quasi uguale è "abbotta' fiaschi", ma quest'ultima ha il significato di perdere tempo in cose inutili, stare in ozio. 
Il termine "abbottare", gonfiare, deriva dal latino medievale ABOCTARE = prendere la forma di una botta (rospo); "fiasco" invece è una parola che deriva dal gotico, FLASKO = intrecciato, in quanto il recipiente di vetro veniva rivestito di fibre vegetali intrecciate (in genere paglia) per essere protetto e mantenere più facilmente una temperatura costante, in quanto la paglia fa da isolante termico.
A Roma il fiasco era una delle unità di misura del vino, pari a due litri. Il suo ruolo centrale nella cultura romanesca, si traduce ovviamente anche nella lingua: per questo troviamo il fiasco in numerosi modi di dire. Oltre a quelli già menzionati, possiamo ricordare l'espressione "Aribbocca' er fiasco", nel senso di peggiorare una situazione nel tentativo di rimediare. Aribbocca' significa infatti integrare il contenuto di un recipiente già quasi pieno, fino all'orlo, con il conseguente rischio di far strabordare il liquido, sprecando il liquido e con il disagio di dover ripulire...!
Ma ancora, a Roma si dice "Mette 'n piedi un fiasco spajato": vuol dire che si sta tentando un'impresa irrealizzabile, come tentare di far stare in piedi un fiasco privo del suo rivestimento di paglia (spajato = senza paglia). La parte di vetro del fiasco, infatti, è semisferica, e il fiasco sta in piedi solo grazie alla paglia che lo ricopre!
A partire da un semplice fiasco... quanta fantasia, questi Romani!

sabato 5 gennaio 2013

Nun se frega er santaro!

L'espressione "frega' er santaro" veniva usata (ormai non credo si senta più...) col significato di prendersela con qualcuno che non ha fatto niente di male. Ovviamente, dietro il modo di dire, c'è una storia...
Si racconta che un santaro, cioè un venditore di immagini sacre, tentasse di fare affari in piazza san Pietro vendendo le immaginette di un santo appena canonizzato e che, come strategia di marketing, avesse deciso di regalare ai clienti anche un'immagine del papa. Lavorava quindi al grido di richiamo "Un bajocco er Santo novo, e 'r papa auffa!". Peccato che questa frase sia stata considerata offensiva nei riguardi del Pontefice! E così il santaro venne arrestato. Quando, liberato, tornò al suo lavoro, quegli spiritosoni dei Romani si divertivano a prenderlo in giro, chiedendogli se il Papa lo dava ancora auffa (cioè gratis). Ma lui, ormai fattosi furbo, rispondeva semplicemente: "Nun se frega er santaro!"
Il termine auffa per indicare qualcosa gratis, a ufo, deriva dalle iniziali delle parole Ad Usum Fabricae Apostolicae (ma in dialetto, si sa, qualche lettera va raddoppiata...), apposte sui materiali destinati alla costruzione della Basilica di San Pietro e pertanto esentati dalla tassa daziaria. 
Il bajocco era invece una moneta di rame usata nello Stato pontificio

giovedì 3 gennaio 2013

Più tempo che cucuzza

Impossibile parlare di Roma senza dar voce agli innumerevoli e strabilianti modi di dire presenti nella sua storia e oggi, purtroppo, ormai quasi totalmente persi.
Il romanesco vero... Il romanesco vero non è quella strana lingua greve e senza fascino parlata dai ragazzetti di oggi, i pischelli, che pensano di essere ruspanti, risultando invece solo ineducati e poco creativi. Il romanesco trasuda storia, regala filosofia; ti racconta la saggezza e l'amarezza di un popolo affamato, ma mai rassegnato; a volte pigro, ma sempre ironico e disincantato; crudo e poetico insieme. Insomma, racchiude tutte le contraddizioni che caratterizzano l'essenza di un popolo che, se non ci si fa spaventare da un primo impatto, spesso un po' ruvido, non finirà mai di sorprendere.
E tradizione romanesca vuole che... Ar monno c'è più tempo che cucuzza.
Significa che il tempo, se si vogliono fare le cose per bene, non manca. Quello che manca è chi sappia usare il cervello!
E non mi sembra ci sia bisogno di commentare ulteriormente!