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mercoledì 22 maggio 2013

Er barbiere de la meluccia...

Quello del barbiere è un mestiere che tutti conoscono. Ma una volta il barbiere non era semplicemente colui che taglia barbe e capelli! In passato il barbiere era una sorta di medico ed effettuava anche piccoli interventi chirurgici. La sua bottega rappresentava un po' il pronto soccorso del rione e lui stesso era considerato come una persona dotta e autorevole. Nell'antica Roma la figura del barbiere (il tonsor) inizia a diffondersi nel III secolo a.C., dopo che Marco Ticinio Mena portò dalla sicilia i primi barbieri. Nel 1440 fu fondata a Roma la Confraternita dei Barbieri, dedicata ai Santi Cosma e Damiano (non a caso due santi medici!) e sappiamo che verso il 1780 a Roma erano presenti circa 280 botteghe di barbieri. Coloro che esercitavano la professione però, erano ben di più, operando semplicemente in strada. Erano i cosiddetti "Barbieri de la meluccia": essi erano soliti mettere una mela in bocca ai loro clienti, in modo tale da tendere le guance per una migliore rasatura. L'ultimo cliente della giornata acquisiva il diritto di mangiare la mela! Che orrore! Molti di questi barbieri a buon mercato praticavano la loro attività in piazza Montanara, dove si riunivano i "burini" arrivati in città a cercare lavoro, ma altri posti piuttosto frequentati erano Campo de' Fiori, Campo Vaccino, il Portico d'Ottavia e anche via della Consolazione.
Le insegne delle botteghe dei barbieri potevano presentare l'immagine di una gamba o di un braccio dai quali usciva del sangue che veniva raccolto in un catino e recare la scritta "qui si cava sangue", oppure potevano raffigurare un bastone attraversato da due spirali di colore rosso e blu, che stavano a simboleggiare la circolazione arteriosa e venosa del sangue. Questo secondo tipo di insegna si trova abbastanza frequentemente ancora oggi, ma ormai il significato che le viene attribuito è che in quel salone si parlano l'inglese e il francese (ma non credo proprio che sia sempre vero...!).
Oggi purtroppo la figura del barbiere si fa sempre più rara, mentre botteghe e insegne caratteristiche scompaiono, cancellate dal tempo e dalle moderne abitudini, che permettono a ognuno di radersiin casa propria e in tutta sicurezza, anche con 4 o 5 lame contemporaneamente. Sicuramente più pratico e comodo, ma quante chiacchiere perse e quanta poesia in meno...!

sabato 2 marzo 2013

A Roma non si muore...

A Roma in realtà, oltre ad essere molto fantasiosi, su certi argomenti siamo anche un po' scaramantici! Quindi, per evitare di pronunciare direttamente la parola "morire", negli anni sono state ideate alcune alternative! La stessa morte, ha un suo soprannome: Commare Secca!
Ecco alcune delle varianti che evitano ai Romani... di morire!

- Anna' a ingrassa' le cucuzze/cucuzzole (zucche, zucchine, dal latino cucurbita)
- Anna' a l'arberi pizzuti (il cipresso, dalla forma affusolata e la cima a punta, è l'albero tipico dei cimiteri...)
- Anna' a l'antri carzoni (alla salma viene messo il vestito "buono", altri calzoni rispetto a quelli di tutti i giorni)
- Anna' a fa' tera pe' li ceci (notoriamente questa pianta gradisce un terreno grasso e fertile)
- Anna' a fa' gas (si riferisce al naturale processo di decomposizione)
- Anna' a 'ngrassa' li vermi (non servono spiegazioni)
- Anna' a San Lorenzo (San Lorenzo è il quartiere che ospita il Verano, il cimitero monumentale di Roma, che per piú di un secolo e fino alla metà del Novecento è stato l'unico cimitero romano in funzione)
- Anna' ar bon viaggio (il viaggio verso l'altro mondo)
- Anna' ar Creatore (la destinazione del bon viaggio di cui sopra...)
- Fa' fa' 'n' antra mancia ar beccamorto (far fare un ulteriore guadagno all'impresario di pompe funebri)
- Stira' le cianche (cianche=gambe. È tipico dei moribondi infatti irrigidire le gambe)
- Tira' er cazzo ar pettirosso (purtroppo non è nota l'origine di questo modo di dire, utilizzato nei suoi sonetti dal Belli e ormai caduto in disuso)

- Passa' ponte: più frequentemente l'espressione aveva il significato di prendere una decisione definitiva, da cui non è possibile recedere, ma a volte veniva usata col significato di morire proprio per il carattere di irrimediabilità dell'evento.



venerdì 1 marzo 2013

Nun so' fiaschi che s'abbotteno!


(Foto da Midisegni.it)
L'espressione "Nun so' fiaschi che s'abbotteno" viene usata in risposta a chi cerca di sollecitare lo svolgimento di un'operazione. Si ricorda agli impazienti che quello che si sta facendo non è un lavoro facile, e quindi richiede del tempo. Solo chi ne ha la competenza può stabilire quanto ci vuole. Il modo di dire nasce all'inizio dell'800, quando i vetrai romani erano famosi per la loro abilità nel foggiare i fiaschi soffiando il vetro. Uno straniero, pensando si trattasse di un'operazione semplice, volle provare anche lui, ma nonostante i suoi molteplici tentativi, non riuscì a far gonfiare ("abbottare") i fiaschi. Da questo episodio trae anche origine l'espressione "fa' fiasco", fare fiasco, nel senso di fallimento di un'impresa.
Una lucuzione quasi uguale è "abbotta' fiaschi", ma quest'ultima ha il significato di perdere tempo in cose inutili, stare in ozio. 
Il termine "abbottare", gonfiare, deriva dal latino medievale ABOCTARE = prendere la forma di una botta (rospo); "fiasco" invece è una parola che deriva dal gotico, FLASKO = intrecciato, in quanto il recipiente di vetro veniva rivestito di fibre vegetali intrecciate (in genere paglia) per essere protetto e mantenere più facilmente una temperatura costante, in quanto la paglia fa da isolante termico.
A Roma il fiasco era una delle unità di misura del vino, pari a due litri. Il suo ruolo centrale nella cultura romanesca, si traduce ovviamente anche nella lingua: per questo troviamo il fiasco in numerosi modi di dire. Oltre a quelli già menzionati, possiamo ricordare l'espressione "Aribbocca' er fiasco", nel senso di peggiorare una situazione nel tentativo di rimediare. Aribbocca' significa infatti integrare il contenuto di un recipiente già quasi pieno, fino all'orlo, con il conseguente rischio di far strabordare il liquido, sprecando il liquido e con il disagio di dover ripulire...!
Ma ancora, a Roma si dice "Mette 'n piedi un fiasco spajato": vuol dire che si sta tentando un'impresa irrealizzabile, come tentare di far stare in piedi un fiasco privo del suo rivestimento di paglia (spajato = senza paglia). La parte di vetro del fiasco, infatti, è semisferica, e il fiasco sta in piedi solo grazie alla paglia che lo ricopre!
A partire da un semplice fiasco... quanta fantasia, questi Romani!

martedì 26 febbraio 2013

saltimbocca alla romana

Nonostante qualcuno metta in dubbio che l'origine del piatto sia romana al 100%, l'aver accompagnato generazioni e generazioni di Romani a tavola, nei pranzi domenicali o durante la settimana, in casa o in trattoria, fa rientrare sicuramente i gloriosi saltimbocca nell'elenco dei piatti tradizionali della Capitale! La preparazione è rapida e semplicissima, ma il risultato è degno dei migliori gourmet!
Prendiamo delle fettine di vitello non troppo grandi e piuttosto sottili. Battiamole per rendere la carne più tenera e, una volta spianate, disponiamoci sopra una fettina di prosciutto e una bella foglia di salvia lavata e asciugata. Il prosciutto non deve essere eccessivamente sottile: in caso mettetelo doppio. Fermiamo il tutto con uno stuzzicadenti lasciando però la fettina distesa (non va creato un involtino. Qualcuno lo fa, ma... orrore!!!). Sciogliere in padella una noce di burro e disporre quindi le fettine a cuocere a fuoco vivace, iniziando dal lato con il prosciutto e facendo bene attenzione che non cuocia troppo: il prosciutto tende ad avvizzire rapidamente! Quindi giriamo e continuiamo la cottura, aggiungendo un pizzico di sale (la quantità dipende dal tipo di prosciutto usato. Non aggiungetelo prima della cottura, altrimenti la carne si indurisce!) e una macinata di pepe. Togliere la carne dalla padella adagiandola su un piatto da portata. Versare nella padella mezzo bicchiere di vino bianco secco (ok, nella ricetta originale si usa un po' d'acqua... ma così è più gustoso!) e si fa evaporare staccando il fondo di cottura con un cucchiaio di legno (oggi con le padelle antiaderenti non avremo esattamente il risultato di una volta...!). Si aggiunge a questo punto un altro pezzetto di burro, facendolo sciogliere. La salsetta così formata andrà ovviamente a ricoprire le nostre gustose fettine, che... ci salteranno in bocca senza troppi complimenti! Buon appetito...
Sai che a Roma... se magna?
SALTIMBOCCA ALLA ROMANA
Nonostante qualcuno metta in dubbio che l'origine del piatto sia romana al 100%, l'aver accompagnato generazioni e generazioni di Romani a tavola, nei pranzi domenicali o durante la settimana, in casa o in trattoria, fa rientrare sicuramente i gloriosi saltimbocca nell'elenco dei piatti tradizionali della Capitale! La preparazione è rapida e semplicissima, ma il risultato è degno dei migliori gourmet!
Prendiamo delle fettine di vitello non troppo grandi e piuttosto sottili. Battiamole per rendere la carne più tenera e, una volta spianate, disponiamoci sopra una fettina di prosciutto e una bella foglia di salvia lavata e asciugata. Il prosciutto non deve essere eccessivamente sottile: in caso mettetelo doppio. Fermiamo il tutto con uno stuzzicadenti lasciando però la fettina distesa (non va creato un involtino. Qualcuno lo fa, ma... orrore!!!). Sciogliere in padella una noce di burro e disporre quindi le fettine a cuocere a fuoco vivace, iniziando dal lato con il prosciutto e facendo bene attenzione che non cuocia troppo: il prosciutto tende ad avvizzire rapidamente! Quindi giriamo e continuiamo la cottura, aggiungendo un pizzico di sale (la quantità dipende dal tipo di prosciutto usato. Non aggiungetelo prima della cottura, altrimenti la carne si indurisce!) e una macinata di pepe. Togliere la carne dalla padella adagiandola su un piatto da portata. Versare nella padella mezzo bicchiere di vino bianco secco (ok, nella ricetta originale si usa un po' d'acqua... ma così è più gustoso!) e si fa evaporare staccando il fondo di cottura con un cucchiaio di legno (oggi con le padelle antiaderenti non avremo esattamente il risultato di una volta...!). Si aggiunge a questo punto un altro pezzetto di burro, facendolo sciogliere. La salsetta così formata andrà ovviamente a ricoprire le nostre gustose fettine, che... ci salteranno in bocca senza troppi complimenti! Buon appetito...

pasta e broccoli alla romana


Una ricetta tipica romana è quella di PASTA E BROCCOLI, fatta rigorosamente con il broccolo romanesco, che è quello con i fiori a punta, di colore verde chiaro.
Servono 50 g di prosciutto crudo (anche la parte grassa, non iniziate a fare gli schizzinosi!), da fare a pezzettini e da unire a due spicchi d'aglio in un bel soffrittino (con olio, anche se una volta, perché lo sappiate, si usava lo strutto...). Appena l'aglio prende il minimo colore, toglietelo subito. Quindi unite i fiori del broccolo lavati, asciugati e tagliati a pezzetti, facendo insaporire per qualche minuto. Ora si aggiungono 30g di passata di pomodoro e si aggiusta di sale e pepe. Ci si potrebbe fermare qui, ma a Roma amiamo i sapori decisi... quindi la tradizione prevede anche l'aggiunta di 150g di cotiche già cotte e tagliate a listarelle. Si cuoce il tutto finché il broccolo non è pronto. Intanto si cuoce la pasta, che andrà scolata al dente e condita con il sugo e una bella spolverata di pecorino.
Nella ricetta originale, la pasta viene cotta usando il brodo, sgrassato, in cui erano state lessate le cotiche. Decidete voi...!

sabato 5 gennaio 2013

Er mozzarolo

Il cosiddetto mozzarolo era colui che raccoglieva i mozziconi di sigaretta per poi rivendere il tabacco che ricavava da esse. Le cicche e le mozze erano i pezzetti piú corti delle sigarette o dei sigari, mentre quelli più lunghi erano chiamati mozzoni e bersaglieri.
Da questi mozziconi si ricavava un tabacco fortissimo, perchè già impregnato della nicotina dell'utilizzo precedente; esso veniva usato per fare altre sigarette oppure per caricare la pipa. I mozzaroli dividevano in mucchietti i diversi tipi di tabacco (di sigaretta o di sigaro) e li rivendevano. Il luogo in cui si facevano gli affari migliori era Piazza Montanara, perché lì si riunivano i contadini in attesa di essere ingaggiati per lavorare nelle campagne dell'Agro romano, e che per concedersi il piacere di fumare potevano spendere solo pochi centesimi!
È sorprendente notare che l'abitudine di riunirsi in alcuni posti aspettando di essere reclutati per un lavoro, è ancora oggi presente, soprattutto nell'ambito dell'edilizia: fuori agli smorzi piú grandi o presso alcuni capolinea di autobus, la mattina presto ci sono schiere di operai in attesa di guadagnarsi la giornata (con buona pace delle norme sul lavoro!), e che durante l'attesa... fumano! Il mozzarolo, invece, temo che sia stato rimpiazzato da qualche contrabbandiere che di sicuro risulta piú difficile individuare!
Per saperne di più su piazza Montanara clicca qui

Nun se frega er santaro!

L'espressione "frega' er santaro" veniva usata (ormai non credo si senta più...) col significato di prendersela con qualcuno che non ha fatto niente di male. Ovviamente, dietro il modo di dire, c'è una storia...
Si racconta che un santaro, cioè un venditore di immagini sacre, tentasse di fare affari in piazza san Pietro vendendo le immaginette di un santo appena canonizzato e che, come strategia di marketing, avesse deciso di regalare ai clienti anche un'immagine del papa. Lavorava quindi al grido di richiamo "Un bajocco er Santo novo, e 'r papa auffa!". Peccato che questa frase sia stata considerata offensiva nei riguardi del Pontefice! E così il santaro venne arrestato. Quando, liberato, tornò al suo lavoro, quegli spiritosoni dei Romani si divertivano a prenderlo in giro, chiedendogli se il Papa lo dava ancora auffa (cioè gratis). Ma lui, ormai fattosi furbo, rispondeva semplicemente: "Nun se frega er santaro!"
Il termine auffa per indicare qualcosa gratis, a ufo, deriva dalle iniziali delle parole Ad Usum Fabricae Apostolicae (ma in dialetto, si sa, qualche lettera va raddoppiata...), apposte sui materiali destinati alla costruzione della Basilica di San Pietro e pertanto esentati dalla tassa daziaria. 
Il bajocco era invece una moneta di rame usata nello Stato pontificio

giovedì 3 gennaio 2013

Più tempo che cucuzza

Impossibile parlare di Roma senza dar voce agli innumerevoli e strabilianti modi di dire presenti nella sua storia e oggi, purtroppo, ormai quasi totalmente persi.
Il romanesco vero... Il romanesco vero non è quella strana lingua greve e senza fascino parlata dai ragazzetti di oggi, i pischelli, che pensano di essere ruspanti, risultando invece solo ineducati e poco creativi. Il romanesco trasuda storia, regala filosofia; ti racconta la saggezza e l'amarezza di un popolo affamato, ma mai rassegnato; a volte pigro, ma sempre ironico e disincantato; crudo e poetico insieme. Insomma, racchiude tutte le contraddizioni che caratterizzano l'essenza di un popolo che, se non ci si fa spaventare da un primo impatto, spesso un po' ruvido, non finirà mai di sorprendere.
E tradizione romanesca vuole che... Ar monno c'è più tempo che cucuzza.
Significa che il tempo, se si vogliono fare le cose per bene, non manca. Quello che manca è chi sappia usare il cervello!
E non mi sembra ci sia bisogno di commentare ulteriormente!

Il concolinaro

Tra gli antichi mestieri diffusi nella Roma di una volta, appare la figura del concolinaro: era un ambulante che si occupava della riparazione di piatti di terracotta e concoline, figura assimilabile per molti versi a quella dell'odierno arrotino ed ombrellaio, che chiama a raccolta le donne romane ormai da generazioni, con un richiamo tanto caratteristico e famoso da essere ormai tutelato dalla SIAE! Questo grido però, non è originale, perché deriva proprio dal caratteristico "Concoline e piatti d'accomodare, donne!" che accompagnava il passaggio del concolinaro.
Concoline... Cosa sono? Si tratta di vasi di terracotta, appunto,a forma troncoconica e con l'interno smaltato (il più tipico era uno smalto biancastro a macchiette verdi). Serviva a lavare i panni, i piatti, le verdure e, finchè erano abbastanza piccoli, anche i bambini, con buona pace dell'igiene e dell'amuchina!
Le riparazioni avvenivano facendo dei piccoli fori sui pezzi da riattaccare, aiutandosi con un piccolo trapano a mano che funzionava a corda, e quindi unendo i pezzi con del mastice e con del filo di ferro che passava nei buchi appena fatti.