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mercoledì 22 maggio 2013

Er barbiere de la meluccia...

Quello del barbiere è un mestiere che tutti conoscono. Ma una volta il barbiere non era semplicemente colui che taglia barbe e capelli! In passato il barbiere era una sorta di medico ed effettuava anche piccoli interventi chirurgici. La sua bottega rappresentava un po' il pronto soccorso del rione e lui stesso era considerato come una persona dotta e autorevole. Nell'antica Roma la figura del barbiere (il tonsor) inizia a diffondersi nel III secolo a.C., dopo che Marco Ticinio Mena portò dalla sicilia i primi barbieri. Nel 1440 fu fondata a Roma la Confraternita dei Barbieri, dedicata ai Santi Cosma e Damiano (non a caso due santi medici!) e sappiamo che verso il 1780 a Roma erano presenti circa 280 botteghe di barbieri. Coloro che esercitavano la professione però, erano ben di più, operando semplicemente in strada. Erano i cosiddetti "Barbieri de la meluccia": essi erano soliti mettere una mela in bocca ai loro clienti, in modo tale da tendere le guance per una migliore rasatura. L'ultimo cliente della giornata acquisiva il diritto di mangiare la mela! Che orrore! Molti di questi barbieri a buon mercato praticavano la loro attività in piazza Montanara, dove si riunivano i "burini" arrivati in città a cercare lavoro, ma altri posti piuttosto frequentati erano Campo de' Fiori, Campo Vaccino, il Portico d'Ottavia e anche via della Consolazione.
Le insegne delle botteghe dei barbieri potevano presentare l'immagine di una gamba o di un braccio dai quali usciva del sangue che veniva raccolto in un catino e recare la scritta "qui si cava sangue", oppure potevano raffigurare un bastone attraversato da due spirali di colore rosso e blu, che stavano a simboleggiare la circolazione arteriosa e venosa del sangue. Questo secondo tipo di insegna si trova abbastanza frequentemente ancora oggi, ma ormai il significato che le viene attribuito è che in quel salone si parlano l'inglese e il francese (ma non credo proprio che sia sempre vero...!).
Oggi purtroppo la figura del barbiere si fa sempre più rara, mentre botteghe e insegne caratteristiche scompaiono, cancellate dal tempo e dalle moderne abitudini, che permettono a ognuno di radersiin casa propria e in tutta sicurezza, anche con 4 o 5 lame contemporaneamente. Sicuramente più pratico e comodo, ma quante chiacchiere perse e quanta poesia in meno...!

martedì 21 maggio 2013

Er mignattaro

Sanguisuga - Hirudo medicinalis
Foto da www.summagallicana.it
No, no, non si tratta di un errore di battitura e non sto per parlare di ciò che vi potreste aspettare!
Il mignattaro, nella Roma di qualche tempo fa, era colui che si occupava di raccogliere e vendere le mignatte, o sanguisughe, che una volta erano molto utilizzate a scopo medico, come antenate della pratica del salasso.
L'infelice (ma redditizio) lavoro del mignattaro consisteva nel recarsi in luoghi paludosi (habitat naturale delle sanguisughe) a gambe nude e iniziare quindi a battere l'acqua con un bastone, o a mani nude, o cercare comunque di fare qualche azione finalizzata a spaventare gli animaletti, che uscendo dalla melma si attaccavano alle sue gambe. Il mignattaro poi le staccava dalla propria pelle e le conservava in un contenitore pieno d'acqua. Gli animali ovviamente dovevano rimanere vivi. Molti farmacisti acquistavano le sanguisughe per rivenderle ai loro pazienti, mentre era spesso anche il barbiere che si occupava della loro applicazione e che, quando le mignatte erano ormai gonfie di sangue, provvedeva a staccarle e a recuperarle qualora fossero rimaste attaccate alla pelle.
I malanni per i quali era indicato l'impiego delle sanguisughe andavano dallo spavento improvviso alla polmonite, passando per l'ipertensione e gli attacchi di cuore. Anche le donne al nono mese di gravidanza veniva consigliata questa pratica!
E chi si occupava di fornire questi servizi, si preoccupava anche di pubblicizzarlo: l'insegna di una piccola bottega in Vicolo dell'Aquila infatti, recava scritte queste parole: "Spaccio di sanguisughe - e si attaccano anche per le case". Come dire... mignatte a domicilio!

lunedì 20 maggio 2013

L'artista e il barbiere: un asso di coppe a Fontana di Trevi


Avete mai notato che... c'è un asso di coppe sulla Fontana di Trevi?
Guardando la celebre fontana, mostra finale dell'Acqua Vergine, sul parapetto di destra si può vedere un grande vaso di travertino, che fu presto soprannominato "asso di coppe" per la somiglianza con la figura presente sulle carte da gioco. Si racconta che questa scultura fu voluta proprio dall'autore della fontana, Nicola Salvi, con una precisa finalità di... disturbo! Questa la storia: un barbiere che aveva la sua bottega nell'attuale via della Stamperia, proprio all'altezza del vaso, durante i lavori per la costruzione della fontana, prese l'abitudine di dispensare all'architetto una serie di critiche e consigli personali non richiesti sulla realizzazione del monumento (solo i Romani e chi vive a Roma da un po' possono capire fino in fondo questo atteggiamento... e quanto possa essere irritante per chi lo riceve!). Gradendo poco queste invadenti intromissioni, una notte l'artista fece collocare questo grosso vaso, che raffigurerebbe la coppa in cui i barbieri montavano la schiuma da barba, in posizione strategica, per impedire al barbiere ficcanaso di seguire dalla sua bottega il procedere dei lavori!

Peracottaro!

A Roma quando qualcuno fa una figuraccia, dimostrando di essere un inetto e un pasticcione, magari proprio dopo essersi appena vantato delle proprie capacità, si dice che fa " 'na figura da peracottaro". Ma in origine, chi era il peracottaro? Come si intuisce dal nome, il peracottaro era un venditore ambulante di pere cotte, che portava la sua merce in un canestro quasi cilindrico, che legava al collo con una cinghia di cuoio, e che appoggiava sulla pancia durante il trasporto. Sul fondo di questo canestro veniva inserito un recipiente di metallo pieno di brace, e sopra di esso si adagiava una pentola di rame contenente le pere (e a volte le mele) cotte.  Questo mestiere esisteva già nel XVIII secolo e veniva svolto di giorno e di notte, durante tutte le stagioni, anche se ovviamente i guadagni maggiori si ottenevano in autunno e inverno...! Il grido tipico dell'ambulante era semplicemente "Peracottaro", ma Giggi Zanazzo, nel 1907, ricorda anche, come frase tipica "So' canniti le pere cotte bone" (canniti=canditi), oppure "Ce l'avemo messo er zucchero, le perecotte bone calle calle, per un sòrdo calle!". Il perchè poi la tradizione abbia legato la figura di questo professionista a quella di un cialtrone incompetente, non è dato saperlo... ma possiamo immaginare che qualcuno abbia acquistato delle pere cotte non troppo buone...!

domenica 19 maggio 2013

L'angelo che non vola



A Roma, sulla facciata della chiesa di Sant'Andrea della Valle c'è un angelo, solo soletto, che non si può muovere da lì. Con la sua ala, infatti, deve evitare il crollo della facciata! La statua fu voluta da Carlo Rainaldi (ma realizzata dallo scultore Giacomo Antonio Fancelli o, secondo altri, da Ercole Ferrata), in aperta polemica con l'architetto che lo aveva preceduto... nientemeno che Carlo Maderno!
Pasquino stesso non poté fare a meno di commentare questa disputa tra architetti, facendo parlare l'angelo: “Vorrei volare al pari di un uccello/ma qui fui posto a fare da puntello”.
Gli angeli, ovviamente, dovevano essere due,uno per lato, ma dopo le critiche che seguirono la realizzazione del primo, relative soprattutto all'eccessiva lunghezza dell'ala, l'artista, offeso, lasciò l'opera incompiuta, dicendo che se il papa (Alessandro VII) voleva un'altra statua, poteva realizzarsela da solo!


sabato 18 maggio 2013

Er gelato de Roma

A Roma, si sa, il gelato è molto amato. Ciò che è meno risaputo è che il gelato è anche una tradizione antichissima! Già gli antichi Romani infatti, con il caldo, gustavano un antenato del gelato odierno: Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) ci racconta che si trattava di un miscuglio di ghiaccio tritato finemente, miele e succo di frutta. Il risultato doveva essere più simile a un sorbetto che alla nostra crema gelata, ma l'effetto doveva essere comunque rinfrescante e gradevole! Il ghiaccio proveniva dalle montagne vicino Roma oppure, nei mesi più caldi, si poteva contare sui nevai del Vesuvio e dell'Etna. Esso veniva quindi conservato con paglia, foglie secche e panni di lana, ma ovviamente solo i più benestanti potevano permettersi un lusso simile. Durante il Medioevo, in Occidente, l'uso di questo alimento fu dimenticato, ma continò invece a diffondersi in Oriente, finchè gli Arabi non lo reintrodussero in Sicilia. Secondo alcuni studiosi, il termine stesso di sorbetto deriverebbe dal termine arabo "sharbat", che significa "bibita fresca". A rielaborare ulteriormente la ricetta e a diffondere il gelato in Europa sarà invece, nel Cinquecento, il fiorentino Bernardo Buontalenti, architetto, artista, chimico, e infine... gelataio!

giovedì 16 maggio 2013

Lo xenodochio ritrovato

Foto da www.ilmessaggero.it

A Roma è stato ritrovato uno xenodochium.
Uno xenodochio o, in latino, xenodochium (la parola però ha origini greche), era una struttura in cui, durante l’epoca medievale, i pellegrini che intraprendevano lunghi viaggi verso i luoghi di culto potevano riposarsi e ristorarsi gratuitamente. A gestire questa sorta di ospizio per forestieri erano i monaci, che si impegnavano così nell’attività di assistenza ai forestieri che per devozione affrontavano lunghi e pericolosissimi viaggi, per lo più a piedi. Roma, come è naturale, nell’VIII secolo era una ambitissima meta di pellegrinaggio, e dalle fonti scritte sappiamo che nel medioevo erano almeno 14 gli xenodochia presenti. Fino ad ora però nemmeno uno di questi edifici era stato ritrovato. Nel corso dei lavori effettuati per la realizzazione della nuova linea del tram 8, invece, proprio in via delle Botteghe Oscure gli archeologi hanno portato alla luce questa preziosa testimonianza storica.
La soprintendente dott.ssa Fedora Filippi ha presentato ieri, in un convegno alla British School at Rome, i risultati delle indagini, ormai terminate. I ritrovamenti riguardano un corpo di fabbrica rettangolare, articolato in ambienti che affacciano lungo un corridoio. Le murature, in base alle tecniche edilizie, sembrano potersi datare tra l’VIII e il IX secolo, dato che si accorderebbe bene con le fonti storiche, le quali raccontano che papa Stefano II, tra il 752 e il 757 fece restaurare tutti gli xenodochia di Roma. L’identificazione puntuale con lo xenodochio degli Anici, fondato dalla gens Anicia e restaurato proprio da Stefano II sembra più che plausibile, ma non ancora certa.
Oltre ai dormitori dei pellegrini, il complesso edilizio era dotato anche di terme, di un refettorio e, ovviamente, era collegato a un oratorio: si tratta della chiesa medievale di Santa Lucia de’ Calcarari, demolita nell’Ottocento ma di cui sono ora tornati alla luce i resti. Scopriamo così che si trattava di una chiesa con tre absidi ad angolo retto (unico esempio di VIII secolo conosciuto a Roma), larga 12 metri e lunga 16, con il presbiterio rivestito di lastre di marmo. Nel XVII secolo, probabilmente in coincidenza di un importante intervento di ristrutturazione, il pavimento medievale della chiesa fu distrutto per ricavare, secondo una pratica piuttosto diffusa, un ossario, cioè un ambiente in cui raccogliere i resti ossei di persone inumate precedentemente e riesumate, in modo tale da poter creare spazio per nuove sepolture.
Questa è Roma: una città in cui sostituendo i binari del tram, puoi ritrovare secoli di storia, semplicemente dimenticati lì!

giovedì 2 maggio 2013

La Menorah nascosta


In pochi lo sanno, ma nel Roseto Comunale di Roma (generalmente aperto da aprile a giugno) si nasconde una Menorah! Scopriamo dove e perché. Nell'area che attualmente ospita più di mille varietà di rose, a partire dalla metà del XVII secolo e fino alla fine dell'Ottocento, sorgeva il cimitero della Comunità Ebraica. Il luogo, anche come conseguenza della politica discriminatoria promossa dal papato in quel periodo, divenne presto conosciuto col nome di "Ortaccio degli Ebrei". Il suo utilizzo si protrasse fino al 1895, in quanto il Cimitero Monumentale del Verano, inaugurato nel 1836, era inizialmente riservato ai cattolici e solo dopo il 1870 fu aperto anche agli ebrei.  L'odierna via Murcia, che attualmente attraversa il roseto, fu aperta nel 1934 e in quell'occasione le sepolture vennero trasferite. Durante la seconda guerra mondiale, la zona fu utilizzata come orto per far fronte alla scarsità di viveri e finalmente, nel 1950, divenne un giardino pubblico ricco di rose. Per ricordare le antiche sepolture, i viali di una delle due parti che compongono il Roseto, furono progettati proprio a forma di Menorah, il candelabro ebraico a sette braccia. Inoltre, presso ognuno dei due ingressi, fu apposta una targa raffigurante le Tavole della Legge. 
Raramente mentre si passeggia all'interno del parco si percepisce questa particolarità che caratterizza il nostro roseto, ma, come vedete in foto, con una visuale dall'alto la Menorah risulta sorprendentemente evidente!

Foto da google maps

mercoledì 6 marzo 2013

Fora er cortello!

A Roma i bulli erano soliti sfidarsi in duelli all'arma bianca, cioè al coltello, detto anche "tajino" (da taja'=tagliare) o "cerino". I pretesti e le motivazioni per un duello erano quasi infiniti, molti dei quali anche futili, ai nostri occhi: ma i bulli seguivano un complicatissimo codice d'onore che imponeva loro di affrontare sempre chiunque, sempre secondo le regole del codice, li offendesse. La modalità della sfida era rigidamente codificata e doveva rispettare il ferreo cerimoniale. L'arma, come si diceva, era rigorosamente il coltello, perché la pistola , chiamata infatti con disprezzo "cacafóco" era considerata poco onorevole. Il coltello, oltre ad essere pratico da portare e da nascondere, era visto un po' alla stregua della spada usata dagli aristocratici. Con le parole "Fora er cortello" la sfida era lanciata, e si era pronti a riscattarsi dell'onta subita: un'occhiataccia, un gesto provocatorio, una parola fuori posto, una spinta, il vino versato "alla traditora", cioè tenendo la bottiglia con il dorso della mano rivolto verso il basso... Né lo sfidante, né lo sfidato si sarebbero tirati indietro, pena il disonore perenne! 
E a Roma, ovviamente, non poteva non esistere anche una scuola di coltello! Si trovava in via della Palombella, dietro il Pantheon ed aveva il singolare nome di "Scuola della Cicciata". Infatti le lame delle armi venivano avvolte quasi completamente in uno spago (la sicura), lasciando scoperta solo la punta, in modo tale che durante le esercitazioni si potesse colpire solo la "ciccia" dell'avversario!

sabato 2 marzo 2013

Il bagno sulle mura


Foto: Sai che a Roma... puoi ancora vedere un gabinetto dei soldati?
Lungo il tracciato delle Mura Aureliane erano presenti 116 latrine, dette, per ovvi motivi, NECESSARIA, ma l'unica ancora visibile si trova nei pressi dell'attuale piazza Fiume, dove un tempo era la Porta Salaria. Guardando in alto, sul lato esterno delle mura, si noterà una sporgenza semicilindrica, sorretta da mensole in travertino. Si tratta proprio del bagno usato dai soldati di guardia sulle mura! 
Altre mensole simili, che testimoniano la presenza di latrine lungo il tracciato murario, sono ancora visibili nel tratto compreso tra Porta Metronia e Porta Latina. Necessità storiche...!
Grazie a Lalupa per la fotoSulla famosa cinta delle Mura Aureliane, voluta dall'imperatore Aureliano e realizzata tra il 270 e il 273 d.C. per far fronte alla minaccia di un possibile attacco da parte delle popolazioni germaniche, esistono numerosi studi scientifici e opere divulgative. E' però soprattutto grazie al loro essere ancora, in gran parte, visibili e in buono stato di conservazione che le Mura di Roma sono note ai più. Molti particolari però, pur essendo in realtà facilmente individuabili, sfuggono alla vista: semplice distrazione, fretta, sonno, telefono tra le mani... Capita che anche passandoci accanto spesso, potremmo non aver notato, per esempio, lassù, ma neanche troppo in alto... un bagno!
Lungo il tracciato della Mura Aureliane erano presenti 116 latrine, dette, per ovvi motivi, Necessaria, ma l'unica ancora visibile si trova nei pressi dell'attuale piazza Fiume, vicino a dove un tempo si apriva la Porta Salaria. Guardando in alto, sul lato esterno delle mura, si noterà una sporgenza semicilndrica sorretta da mensole in travertino. Si tratta proprio del bagno usato dai soldati di guardia sulle mura!
Altre mensole simili, che testimoniano la presenza di altre latrine lungo il tracciato murario, sono ancora visibili nel tratto compreso tra Porta Metronia e Porta Latina. Necessità storiche...!
Grazie a Lalupa per la foto

A Roma non si muore...

A Roma in realtà, oltre ad essere molto fantasiosi, su certi argomenti siamo anche un po' scaramantici! Quindi, per evitare di pronunciare direttamente la parola "morire", negli anni sono state ideate alcune alternative! La stessa morte, ha un suo soprannome: Commare Secca!
Ecco alcune delle varianti che evitano ai Romani... di morire!

- Anna' a ingrassa' le cucuzze/cucuzzole (zucche, zucchine, dal latino cucurbita)
- Anna' a l'arberi pizzuti (il cipresso, dalla forma affusolata e la cima a punta, è l'albero tipico dei cimiteri...)
- Anna' a l'antri carzoni (alla salma viene messo il vestito "buono", altri calzoni rispetto a quelli di tutti i giorni)
- Anna' a fa' tera pe' li ceci (notoriamente questa pianta gradisce un terreno grasso e fertile)
- Anna' a fa' gas (si riferisce al naturale processo di decomposizione)
- Anna' a 'ngrassa' li vermi (non servono spiegazioni)
- Anna' a San Lorenzo (San Lorenzo è il quartiere che ospita il Verano, il cimitero monumentale di Roma, che per piú di un secolo e fino alla metà del Novecento è stato l'unico cimitero romano in funzione)
- Anna' ar bon viaggio (il viaggio verso l'altro mondo)
- Anna' ar Creatore (la destinazione del bon viaggio di cui sopra...)
- Fa' fa' 'n' antra mancia ar beccamorto (far fare un ulteriore guadagno all'impresario di pompe funebri)
- Stira' le cianche (cianche=gambe. È tipico dei moribondi infatti irrigidire le gambe)
- Tira' er cazzo ar pettirosso (purtroppo non è nota l'origine di questo modo di dire, utilizzato nei suoi sonetti dal Belli e ormai caduto in disuso)

- Passa' ponte: più frequentemente l'espressione aveva il significato di prendere una decisione definitiva, da cui non è possibile recedere, ma a volte veniva usata col significato di morire proprio per il carattere di irrimediabilità dell'evento.



venerdì 1 marzo 2013

Nun so' fiaschi che s'abbotteno!


(Foto da Midisegni.it)
L'espressione "Nun so' fiaschi che s'abbotteno" viene usata in risposta a chi cerca di sollecitare lo svolgimento di un'operazione. Si ricorda agli impazienti che quello che si sta facendo non è un lavoro facile, e quindi richiede del tempo. Solo chi ne ha la competenza può stabilire quanto ci vuole. Il modo di dire nasce all'inizio dell'800, quando i vetrai romani erano famosi per la loro abilità nel foggiare i fiaschi soffiando il vetro. Uno straniero, pensando si trattasse di un'operazione semplice, volle provare anche lui, ma nonostante i suoi molteplici tentativi, non riuscì a far gonfiare ("abbottare") i fiaschi. Da questo episodio trae anche origine l'espressione "fa' fiasco", fare fiasco, nel senso di fallimento di un'impresa.
Una lucuzione quasi uguale è "abbotta' fiaschi", ma quest'ultima ha il significato di perdere tempo in cose inutili, stare in ozio. 
Il termine "abbottare", gonfiare, deriva dal latino medievale ABOCTARE = prendere la forma di una botta (rospo); "fiasco" invece è una parola che deriva dal gotico, FLASKO = intrecciato, in quanto il recipiente di vetro veniva rivestito di fibre vegetali intrecciate (in genere paglia) per essere protetto e mantenere più facilmente una temperatura costante, in quanto la paglia fa da isolante termico.
A Roma il fiasco era una delle unità di misura del vino, pari a due litri. Il suo ruolo centrale nella cultura romanesca, si traduce ovviamente anche nella lingua: per questo troviamo il fiasco in numerosi modi di dire. Oltre a quelli già menzionati, possiamo ricordare l'espressione "Aribbocca' er fiasco", nel senso di peggiorare una situazione nel tentativo di rimediare. Aribbocca' significa infatti integrare il contenuto di un recipiente già quasi pieno, fino all'orlo, con il conseguente rischio di far strabordare il liquido, sprecando il liquido e con il disagio di dover ripulire...!
Ma ancora, a Roma si dice "Mette 'n piedi un fiasco spajato": vuol dire che si sta tentando un'impresa irrealizzabile, come tentare di far stare in piedi un fiasco privo del suo rivestimento di paglia (spajato = senza paglia). La parte di vetro del fiasco, infatti, è semisferica, e il fiasco sta in piedi solo grazie alla paglia che lo ricopre!
A partire da un semplice fiasco... quanta fantasia, questi Romani!

martedì 26 febbraio 2013

Il Lungotevere "ammortizzato"

In pochi lo sanno, ma un tratto del Lungotevere della Farnesina, quello compreso tra ponte Mazzini e ponte Sisto, è stato oggetto di un pionieristico intervento di ristrutturazione, volto a preservare la prospiciente Villa della Farnesina dalle nocive vibrazioni prodotte dal traffico. Il sistema che fu ideato è in funzione ancora oggi, perfettamente funzionante! Vediamo di cosa si tratta.
A partire dal secondo dopoguerra, il Lungotevere vide un consistente incremento del traffico, con il transito della gran parte dei veicoli provenienti dall'Aurelia. In particolare, passavano da lí pesanti autotreni che trasportavano laterizi e nafta dalla Toscana. A causa delle vibrazioni provocate dal traffico, nell'autunno del 1953, in pochi giorni, due grossi pezzi di mensoloni di peperino (del peso di circa 35 kg l'uno) caddero dal cornicione della Villa della Farnesina, cinquecentesca dimora realizzata da Baldassarre Peruzzi e sede dell'Accademia dei Lincei. Negli stessi giorni, una grossa crepa si aprí, all'interno della villa stessa, nella volta della Sala di Galatea, affrescata da Raffaello. A questo punto, l'Accademia stessa decise di intervenire per preservare l'edificio e i preziosi dipinti. Il matematico e ingegnere, nonchè accademico dei Lincei, Gustavo Colonnetti, fu messo a capo di una commissione che doveva occuparsi di studiare le sollecitazioni a cui la villa era soggetta e di ideare una soluzione. Dopo un'accurata analisi, il Colonnetti propose, nel 1959, un sistema semplice e geniale allo stesso tempo: piuttosto che intervenire sull'edificio, l'ingegnere pensó di agire alla fonte, cercando di ridurre al massimo la propagazione delle vibrazioni. Per fare questo ideó una soluzione in cui la sede stradale, formata da un graticcio di cemento armato, si appoggiava a una serie di cuscinetti elastici, in gomma. Questi, a loro volta, poggiavano su un'ulteriore soletta di cemento armato, direttamente connessa al terreno. Tale struttura inoltre, distava dal marciapiede 5 cm, in modo tale da poter oscillare senza trasmettere ad esso il movimento, che così non avrebbe raggiunto la villa della Farnesina. Il progetto peró, a causa dei soliti, italianissimi problemi burocratici, fu realizzato solo nel 1971, ad opera del Comune. Nel frattempo, alcuni frammenti del prezioso affresco di Raffaello avevano iniziato a staccarsi, ed era stato necessario addirittura predisporre una rete che impedisse ai frammenti di schiantarsi al suolo polverizzandosi. Dall'avvio dei lavori, furono sufficienti solo quattro mesi perchè l'opera venisse completata. Il risultato fu addirittura superiore alle aspettative, con una riduzione dell'ampiezza delle vibrazioni dell'80% circa. Le rare soluzioni analoghe, erano state adottate solo per strutture di nuova realizzazione. Per la prima volta, in nome della salvaguardia di un monumento, si procedette alla ristrutturazione di una strada. 
Qualche numero: i lavori interessarono un tratto di strada lungo m 64,52, per una larghezza di m 13,5. La profondità di intervento raggiunse m 1,65. I lavori furono realizzati separatamente sulle due semicarreggiate: ognuna delle due pesava circa 400 tonnellate e poggiava su 1000 tamponi di gomma che, essendo riparati dal sole diretto, furono ritenuti indefinitivamente affidabili. Le due testate furono collegate agli altri segmenti della strada tramite giunti da ponte. Il costo dell'opera fu di circa 50.000 lire al metro quadro. 
L'efficacia dell'opera, misurata dall'ENEA con mezzi ben piú sofisticati, puó essere provata anche empiricamente recandosi sul posto e tenendo un piede sulla sede stradale e un piede sul marciapiede mentre passa un qualsiasi mezzo pesante.
Di fronte a tanto ingegno e tanta maestria, quello che è inevitabile domandarsi, a questo punto, è perché questa soluzione non sia stata e non sia adottata anche per i numerosi altri monumenti di Roma che continuano a deteriorarsi a causa del traffico. Ma, si sa, in tema di opere pubbliche è meglio non porsi domande razionali!


martedì 19 febbraio 2013

La mano dietro il vetro

Palazzo Tuccimei, già Ornani, già de Cupis
Visitando piazza Navona, tra le tante meraviglie presenti, si rischia di non prestare attenzione a Palazzo Tuccimei (ex de Cupis), il cui lato posteriore è visibile a destra della chiesa di sant'Agnese (guardando la facciata). L'edificio oggi ospita un bar-ristorante piuttosto in voga, ma una volta, nel Settecento e nell'Ottocento, qui aveva sede un famoso teatro dei burattini, il teatro Ornani (poi Emiliani), con le rappresentazioni dei pupi siciliani, che a Roma venivano dette infornate.
La nascita del palazzo, però, risale al XVI secolo, quando Giandomenico de Cupis (nominato cardinale nel 1517) ampliò le proprietà che la famiglia aveva nell'area di piazza Navona già dal secolo precedente (quando da Montefalco si era trasferita a Roma), formando così l'attuale complesso. Lo stemma della famiglia de Cupis, caratterizzato da un ariete rampante, è ancora visibile sulla facciata del palazzo prospiciente via S. Maria dell'Anima, scolpito a bassorilievo sul grande portale bugnato.
Stemma della famiglia de Cupis
(foto da www.info.roma.it)
Secondo le cronache seicentesche di Antonio Valena, uno dei pronipoti di Giandomenico sposò, nei primi anni del secolo, la giovane nobildonna Costanza Conti, famosa per la sua bellezza e soprattutto per quella delle sue mani, graziose e delicate. In un'epoca in cui i social network e gli allegati multimediali non esistevano ancora, un semplice ma pur sempre efficiente passaparola bastò a rendere quelle mani famosissime, al punto che l'artista Bastiano, che aveva il suo studio in via dei Serpenti (ed era pertanto chiamato "Bastiano alli Serpenti") volle fare un calco in gesso di una di esse ed esporlo nella sua bottega, sopra un prezioso cuscino di velluto. Grande era la folla che, non potendo ammirare di persona le mani della donna, si recava a contemplare almeno la loro fedele riproduzione. Un giorno anche un frate domenicano, predicatore in San Pietro in Vincoli, passando da quelle parti rimase affascinato da tanto splendore e commentò l'opera dicendo che quella mano era così bella, che se fosse stata di una persona reale avrebbe corso il rischio, per gelosia, di essere tagliata da qualcuno! La frase divenne celebre, e arrivò anche alle orecchie di Costanza, che effettivamente era la "persona reale" in questione! La donna ne rimase molto impressionata, soprattutto per il fatto che era stato un frate a pronunciarla, e lei, fortemente religiosa, si convinse che aver accettato di far realizzare il calco della sua mano, fosse stato un grave peccato di vanità. Per espiare questa colpa e per timore della predizione, decise di rinchiudersi nel suo palazzo. Precauzione inutile, perché un giorno, mentre era intenta a ricamare, si punse un dito con l'ago; la ferita si infettò, e il dito iniziò ad andare in cancrena, finché i medici non furono costretti ad amputarle la mano ormai deforme. Forse a causa del dolore per quella perdita, forse, più probabilmente, a causa di una setticemia conseguente all'amputazione, la bella Costanza morì poco dopo. La sua mano, nelle notti di luna piena continua ad apparire, pallida e bellissima, dietro uno dei vetri al primo piano dell'antico palazzo, lungo via di S. Maria dell'Anima. Il fantasma della donna, invece, sembra appaia lungo i muri della strada: secondo alcuni tenta invano di ricongiungersi alla sua mano, mentre per altri cerca semplicemente di vivere la vita che, dopo la segregazione in casa, non ha mai vissuto.
Negli anni a seguire, il palazzo continuò comunque ad essere celebre: infatti i de Cupis affittarono l'immobile a vari personaggi, sempre altolocati, e il diarista Spada ci racconta che tra questi, il principe Bozzolo, amante del gioco, lo trasformò, nella prima metà del XVII secolo, in una sorta di bisca clandestina. A confermarlo è anche un Avviso di Roma ufficiale:
Erasi da molti anni introdotto in Roma un abuso assai pregiuditievole al Buon Governo, et era che gli Ambasciatori Regi facevano tenere gioco pubblico o biscazza con darne gli utili ad alcuni famigliari, che l’affittavano poi ad altri per somme assai considerabili, onde nasceva che molti artisti, dediti al gioco, abbandonavano l’arte, vendevano tutti gli arnesi di casa et ornamenti delle mogli loro. Altri commettevano furti, anche qualificati, con sacrilegio, per fare in qualunque modo danari per giocare, et in capo all’anno tutto ciò che perdevano con la rovina delle proprie mani, andava in mano ai biscazzieri. Et essendo stato tollerato quest’abuso forse senza saputa dei Padroni, non poté fare a meno il governatore di dar conto che il Principe di Bozzolo, ambasciatore Imperiale, haveva aperto gioco in piazza Navona, nella casa dei de Cupis, dove egli habitava, il che pareva tanto maggior scandalo, in quanto che il sito era pubblico. Diede perciò ordine che fossero carcerati quelli che vi andavano a giocare e fu prontamente eseguito con qualche amaretudine del Sig. Ambasciatore, che si doleva della partialità, cioè che fosse tollerato ad altri quello che con tanto rigore si negava a lui. Promise non di meno di levar il gioco; ma vedendo che non si prendeva rimedio quanto agli altri, conforme gli era stato promesso, tornò anch’egli a far giocare, ma con segretezza.
Prima di estinguersi, i de Cupis si imparentarono con gli Ornani, che nel 1817 vendettero ai Tuccimei una porzione del palazzo. In breve tempo, ila famiglia finì per acquisire tutto il palazzo .Oggi una sola Tuccimei è rimasta ad abitare una parte dell'edificio.
Testina di marmo nel muro di palazzo
de Cupis, lato Piazza Navona
Osservando il lato del palazzo affacciato su Piazza Navona, è possibile scoprire ancora un'altra storia...!
Guardando bene infatti, si nota una piccola testa di marmo bianco che sporge dal muro. Per alcuni sarebbe semplicemente la testa di un fantasma, ma in realtà la leggenda popolare racconta che nel Cinquecento papa Sisto V fosse solito accantonare i suoi abiti pontifici per mescolarsi alla folla e spiare cosa la gente pensasse realmente di lui. Un giorno, fermatosi in un' osteria in piazza Navona, ebbe modo di sentire, da parte dell'oste, parole molto poco lusinghiere nei propri confronti. Il povero oste fu fatto subito decapitare. I bottegai della piazza, in ricordo dell'episodio e dell'oste, vollero porre la testina sul muro. E oggi la testa è ancora lì: qualcuno pensa che voglia essere un ammonimento a non parlare in modo sconsiderato. E se invece ci volesse ricordare il coraggio di chi è morto pur di non rinunciare alla libertà di espressione? Punti di vista...

domenica 10 febbraio 2013

Il fantasma De Marchettis: perversioni Settecentesche

Intorno alla metà del Settecento, viveva nella zona di Monteverde Vecchio, in via di San Calepodio, un uomo bellissimo, colto e anche nobile: il marchese De Marchettis (ok, il nome magari era un po' buffo, con quest'eccesso di allitterazione...!).  Luca, questo il nome del nobiluomo, era un solitario, ma aveva l'abitudine di travestirsi da popolano e mescolarsi tra i suoi concittadini senza farsi riconoscere. Spesso prendeva parte alle feste rionali che si organizzavano a Trastevere e un po' in tutta Roma, e per un uomo così affascinante e colto, era facile sedurre le giovani fanciulle che vi prendevano parte....! Col tempo però, quello che era iniziato come un semplice vezzo, iniziò a virare sempre più verso la perversione: le donne venivano condotte nella sua splendida villa sul Gianicolo e lì, volenti o nolenti, si trovavano a partecipare a festini sempre più particolari... Nella Roma papalina e bacchettona del XVIII secolo, la segretezza di queste attività era fondamentale, soprattutto per un nobile come il Marchese... La soluzione più sicura, apparve ben presto al De Marchettis quella di mettere a tacere per sempre le vittime dei suoi giochi erotici. Sembra che i corpi delle ignare vittime, venissero poi fatti sparire attraverso un passaggio segreto che conduceva ai boschi allora presenti intorno alla villa. Anche il marchese però, di questa perversione era vittima: egli si rendeva perfettamente conto dell'orrore dei crimini che commetteva e ne sentiva fortemente il rimorso. Nonostante questo, non riusciva a fare a meno di continuare, e continuare... sempre di più. Sempre più spesso. Disperato, e ormai convinto di essere posseduto dal demonio,  decise infine di sottoporsi ad un esorcismo. Furono necessari tre uomini per riuscire a bloccarlo sul letto, ma finalmente il prete poté iniziare. Le cose però presero una piega molto diversa dal previsto: un errore nella formula dell'esorcismo, la fede poco salda del sacerdote... chissà... Accadde però che una forza soprannaturale fece divincolare il marchese dalle braccia di chi cercava di contenerlo; egli si diresse verso la finestra aperta gridando "Tornerò!" e si lanciò nel vuoto, schiantandosi al suolo con un tonfo. Tutti i vicini testimoniarono di aver sentito quel grido e quell'agghiacciante rumore sordo.
Si dice che ancora oggi il fantasma di Luca De Marchettis passeggi, di notte, per via di San Calepodio, vestito inappuntabilmente in smoking oppure avvolto in un ampio mantello, tanto che alcuni abitanti del luogo si rifiutano di passare in quella strada, dopo che ha fatto buio. Egli rientrerebbe poi nella villa (che dal 1981 proprietà comunale, ma in totale stato di abbandono). Dall'edificio pare che provengano strane voci e rumori sinistri, mentre dalle finestre, specialmente quella dello studio del Marchese e quella del bagno, si vedono bagliori intermittenti. Anche la polizia, in alcune occasioni, è stata chiamata a intervenire. Infine, lo spettro si lancerebbe ancora dalla finestra, continuando ogni volta a produrre quel tonfo sordo che fa gelare il sangue!
Non si hanno notizie sulla tomba dell'aristocratico De Marchettis, ma si dice che essa si trovi in un antro sotterraneo nascosto in villa Pamphili, e ancora oggi c'è chi esplora il parco in cerca di questo sepolcro. 
Come capita frequentemente nei luoghi interessati da vicende così sinistre, la villa è diventata meta per molti appassionati di esoterismo (ecco forse spiegati i rumori e le luci...). Qualcuno ha anche raccontato di aver esplorato i sotterranei della villa e di aver percorso una parte del passaggio segreto usato per occultare i corpi delle ragazze uccise. E la leggenda vuole che in quelle gallerie si possa assistere a eventi inspiegabili, come l'assenza di eco e la mancata rifrazione della luce. Chissà perché, però, il "qualcuno" coraggioso esploratore, non ha mai un nome!

giovedì 7 febbraio 2013

La casa del diavolo

A Roma la "casa del diavolo" non è solo un modo di dire per indicare una località sperduta e difficilmente raggiungibile! A Roma il diavolo, per gli esperti di esoterismo, ha un indirizzo preciso e una casa blasonata: si tratta di Villa Manzoni, al civico 471 di via Cassia.
Ci troviamo al V miglio dell'antica via Clodia, che in questo tratto coincide con l'attuale Cassia, tra alcuni  ruderi di pertinenza della villa di Lucio Vero, anticamente famosa per la sua sontuosità.
La villa con il suo ampio giardino ha in effetti molte delle caratteristiche che si addicono a un luogo maledetto, non ultimo il fatto di essere individuata dagli occultisti come una delle Nove Porte dell'Inferno (se non addirittura, come si diceva, la dimora di Satana), cioè uno dei luoghi di comunicazione attraverso i quali il mondo infernale e le anime dei dannati possono mettersi in comunicazione con il mondo dei vivi. Per anni, i pochi intrepidi visitatori notturni della villa, ne sono usciti con racconti assolutamente terrificanti, per quanto un po' confusi! Essi riguardano apparizioni strane, poltergeist (manifestazioni violente e rumorose), distorsioni prospettiche inspiegabili e, ovviamente, gli immancabili lamenti con annessi cigolii di catene provenienti dall'interno dei muri. Nè mancano racconti di quadri dipinti da mano folle e di strani altari.
La villa fu edificata dall'architetto Armando Brasini tra il 1925 e il 1928, su commissione dei conti Manzoni, che a differenza di quanto spesso riportato, non sono i discendenti del celebre scrittore, in quanto provengono da un ramo della dinastia che già molto prima dell'Ottocento si era distaccato e si era stanziato nella Bassa Ravennate. A ben vedere, la scelta dell'architetto sembra già racchiudere il futuro destino della villa; il Brasini infatti aveva fama di architetto maledetto, a causa delle sue realizzazioni che seguivano dettami un po' megalomani (suoi anche il ponte Flaminio e l'ingresso al Giardino Zoologico-Bioparco). Abbandonata precocemente dai loro proprietari, la villa venne acquisita dall'INPDAI, rimanendo abbandonata per anni (mai che si acquisisse qualcosa di cui si ha bisogno!) e vedendo quindi il fiorire di molte storie e leggende. Essa divenne presto uno dei luoghi più frequentati dai satanisti della Capitale, con la celebrazione di spaventose messe nere e sanguinosi sacrifici (resti di animali si trovavano a volte appesi al cancello della villa), tanto che durante le retate, perfino le forze di polizia, a quanto si racconta, piuttosto che entrare in quel luogo sinistro, preferivano circondare la zona e aspettare che i sabba fossero terminati, arrestando i partecipanti solo all'uscita dalla villa.  
A voler tornare più indietro nel tempo, ci si accorge che la serra della villa sorge su una collinetta percorsa da antiche gallerie sotterranee. Si dice che esse conducano alla necropoli di Veio, costituendo per i vetusti fantasmi una perfetta via di collegamento verso la villa. 
Alla fama del luogo hanno contribuito anche alcuni tragici incidenti, come la morte di due operai che stavano lavorando al recupero dell'edificio, o ancora il suicidio di un frate del vicino istituto Bona Crux. Inoltre, nel 1960, la villa fu scelta da Totò come set cinematrografico per il film "noi duri", con il commissario Bombardoni interpretato da Fred Buscaglione. Le riprese durarono 3 giorni. Solo una settimana dopo, il cantante morì in un incidente stradale.
Nel 2003 la proprietà fu acquistata da una multinazionale americana (Carlyle Group) di cui faceva parte niente meno che l'ex presidente americano George Bush senior (non a caso si dice che il luogo è satanico...!), ma sembra che durante i sopralluoghi, strani fenomeni abbiano fatto scappare a gambe levate i nuovi acquirenti.
Dal 2007 la Villa è sede dell'ambasciata del Kazakistan: probabilmente gli ignari kazaki non sono stati informati sulla fama del luogo...!



sabato 2 febbraio 2013

Il vento in piazza, e il diavolo in chiesa!

Chiesa del Santissimo Nome di Gesù,
o chiesa del Gesù.
A Roma piazza del Gesù è famosa soprattutto per la presenza della Chiesa del Santissimo Nome di Gesù (1568-1584, costruita dal Vignola, con facciata di Giacomo Della Porta) e di Palazzo Altieri (metà XVII, opera dell'architetto Giovanni Antonio De Rossi). Ma un ulteriore motivo di notorietà le deriva dalla presenza pressoché costante di un venticello dispettoso e tagliente (ma in estate anche piuttosto piacevole...). Secondo una leggenda un tempo molto conosciuta, e narrata anche da Stendhal, un giorno il vento e il diavolo passeggiavano insieme per la città. Arrivati nella piazza, passando di fronte alla chiesa del Gesù, il diavolo chiese al vento di aspettarlo, perchè aveva una faccenda da sbrigare dentro la chiesa. Da quel giorno, il vento è ancora lì che aspetta l'uscita del suo compagno. Che fine ha fatto il diavolo? Due le possibili interpretazioni, molto diverse tra loro: la prima esprimerebbe un duro dissenso nei confronti del potentissimo Ordine gesuita che officia la chiesa, dando ad intendere che il diavolo è rimasto nella chiesa a fare comunella i Gesuiti, trovandosi con loro talmente a proprio agio da dimenticare anche il suo amico. La seconda interpretazione , invece, chiamerebbe in causa l'intensa attività missionaria e di conversione in cui i Gesuiti sono impegnati fin dalla loro nascita (assieme a quella dell'insegnamento). Il diavolo quindi, sarebbe rimasto all'interno della chiesa dopo essersi convertito al cristianesimo!
La spiegazione scientifica della ventosità della piazza, consiste invece nel fatto che essa si trova nel punto di confluenza di cinque importanti assi viari: via d'Aracoeli, che arriva dritta dal Campidoglio, via del Gesù, corso Vittorio Emanuele II, via Celsa e infine via del Plebiscito.
Scegliete pure la spiegazione che più vi piace, ma quando passate dalla piazza, ricordatevi di portare una sciarpetta!

lunedì 28 gennaio 2013

Le palle dei Romani

A Roma alcune palle di cannone sono conservate e considerate preziosi reperti storici. 
La prima è la cosiddetta "palla del miracolo", visibile all'interno della chiesa di San Bartolomeo all'Isola (l'Isola è quella tiberina, ovviamente, e, a prescindere dalla palla di cannone, vale davvero la pena di farci un salto!). Vanta un diametro di 14 cm e fu sparata dai Francesi (a Roma chiamati Franzosi!) nel tentativo di mettere fine all'esperimento della Repubblica Romana del 1849. Partita dalla via Aurelia, la cannonata si abbattè contro la chiesa, attraversando il muro e finendo la sua corsa sull'altare della Cappella della Vergine. Il tutto avvenne in un momento in cui la chiesa era affollatissima, ma fortunatamente non ci furono vittime (ecco perché "palla del miracolo"). Il proiettile è stato murato nella parete sinistra della Cappella e ad esso è stata aggiunta una epigrafe commemorativa. 
Un'altra palla, anch'essa sparata dai Francesi, andò invece a schiantarsi sulle scale di marmo del Salone d'Onore di Palazzo Colonna ed è visibile visitando la Galleria. In questo caso pare che essa, sparata dal Gianicolo, sia entrata da una finestra aperta.
Ritroviamo una palla di cannone anche a Villa Medici, sul Pincio. A sparare, in questo caso, pare sia stata la regina Cristina di Svezia, ma le motivazioni dell'incauto gesto sembrano avere origini discusse (ma sempre pertinenti a un carattere non propriamente facile della sovrana!): per alcuni la cannonata sarebbe stata un modo per manifestare la propria insofferenza di fronte al ritardo di un ospite che la regina stava aspettando e che doveva arrivare proprio da Villa Medici. Secondo un'altra versione, piuttosto accreditata, Cristina e il suo amico (forse amante...) cardinal Decio Azzolino avevano appuntamento a Villa Medici, ma il cardinale non si fece vedere. La regina allora, furiosa per il trattamento ricevuto (mai dare buca a una donna...!), si recò sulle terrazze di Castel Sant'Angelo e, da uno dei numerosi cannoni, sparò un colpo liberatorio verso la Villa! Per qualcuno, ancora, all'origine della cannonata sarebbero stati dei contrasti non meglio specificati creatisi tra la sovrana e la famiglia Medici. Infine, si dice anche che il colpo sia stato sparato, sempre da Cristina, in occasione di un appuntamento con il pittore Charles Errand: Cristina, pur essendo in ritardo, avrebbe trovato un modo speciale per dire all'amico che non si era dimenticata del loro incontro e, anzi, per manifestare la sua presenza nonostante si trovasse ancora piuttosto lontana (del resto, all'epoca non c'erano mica i cellulari...!).  La palla sparata sarebbe la sfera marmorea che oggi fa da ornamento alla fontana seicentesca posta di fronte alla Villa (oggi sede dell'Accademia di Francia). In realtà, anche ammesso che la palla marmorea fosse rimasta integra nonostante l'impatto, nessuno dei cannoni in uso nel XVII secolo a Castel Sant'Angelo aveva una gittata tale da poter sparare un proiettile così pesante a 1,5 km di distanza. Sta di fatto però, che se andiamo a guardare il portone bronzeo di villa Medici (sì, è ancora quello originale!), noteremo un'ammaccatura alquanto singolare...! 
Per finire, un altro cimelio bellico si può individuare lungo le mura Aureliane, in Corso d'Italia, incastonato nella muratura della torre di fronte a via Po. Questa volta il contesto storico è quello dell'annessione di Roma al Regno d'Italia, nel 1870, con la dura battaglia tra l'esercito regio e quello pontificio, conclusasi con la famosa Breccia di Porta Pia. A distinguersi, durante lo scontro, non furono solo gli eroi del Risorgimento, ma anche le nostre mura: progettate per resistere ad assedi di entità ben minore, riuscirono a resistere all'artiglieria pesante per circa 5 ore!
Per dire la verità, un'altra cannonata andrebbe menzionata... però la palla di cannone non c'è più. A Palazzo De Carolis, in via del Corso, su una parete del cortile un'iscrizione ricorda il punto in cui, ancora durante l'assedio francese del 1849, arrivò una cannonata: UN COLPO DI CANNONE FRANCESE / LANCIO' UNA PALLA IN QUESTO / LUOGO IL GIORNO 20 GIUGNO 1849 / ALLE ORE 3 3/4 POMERIDIANE / DEL CALIBRO DA 24. Anche se il proiettile è sparito, l'impronta è stata comunque raffigurata! La lapide invece fu fatta posizionare nel 1893 dal principe Ignazio Boncompagni Ludovisi, allora proprietario del palazzo.

giovedì 17 gennaio 2013

Che hai preso le brugne de Scesanelli?

Con l'ironia tipica dei Romani, questa frase dall'apparenza oscura, nasconde un semplice significato derivante da una... ehmmm... sottile metafora.
Un tempo a Roma esisteva un famoso farmacista, tale dott. Cesanelli, che aveva la sua bottega proprio sul Corso, vicino Palazzo Chigi. In particolare, erano conosciutissime le sue "brugne", ossia prugne, trattate con polvere medicamentosa e dalle indiscusse proprietà lassative. L'appellativo di "brugne de Scesanelli", passó ovviamente ad indicare qualsiasi cosa avesse le stesse proprietà, e fin qui nulla di originale. Ma dal suo ampio uso in senso figurato, risultato di una spregiudicata capacità di astrazione, le brugne del farmacista entrarono a far parte di questo particolarissimo modo di dire ("che hai preso le brugne de Scesanelli?") con cui, in modo forse poco delicato, si apostrofava chi andava visibilmente di fretta! Evidentemente quel pizzico di distacco e di sano menefreghismo che noi Romani proviamo nei confronti delle preoccupazioni e degli affanni relativi alla vita di tutti i giorni, fanno sí che ci sia solo un motivo plausibile perché qualcuno si affretti: dover correre in bagno!!

domenica 13 gennaio 2013

Il bar del cane

Il "bar del cane" è il soprannome dato a una piccola fontanella, situata sì, sulla centralissima via Veneto (di fronte all'Ambasciata degli Stati Uniti), ma che finisce immancabilmente per passare inosservata.
La fontanella è un esempio di stile razionalista del Novecento, e la leggenda racconta che essa sia stata voluta da Mister Charlie, proprietario (frequentatore, secondo altre versioni) del vicino caffè ABC, che prima della Seconda Guerra Mondiale si trovava all'interno dell'hotel Ambasciatori (il vero nome del Caffè era Gui Bar, ma era piú noto con il soprannome di ABC) . Egli infatti avrebbe avuto la necessità di far bere i suoi cani mentre lui era all'interno del locale. Quanto fosse una trovata stravagante per pubblicizzare il locale e quanto rispondesse invece a una reale esigenza, resta da vedere...! Fatto sta che la fontanella del cane, alimentata dall'Acqua Marcia, fu realizzata nel 1940, a beneficio dei cani che trotterellavano lungo la strada che poco dopo sarebbe diventata il fulcro della Dolce Vita, e che potevano così trovare, al pari dei loro padroni, un luogo dove ristorarsi e sostare. Essa è composta da una vasca che raccoglie l'acqua ai piedi di una nicchia, mentre nella parte superiore è presente un riquadro nel quale si affaccia un cane, mostrando il muso e le zampe anteriori, sotto le lettere ABC, che, al di là degli elementi più dubbi del,a leggenda, confermano comunque il legame della fontanella con il bar.
Oggi purtroppo la fontana non è più funzionante e i nostri amici quadrupedi non hanno più il loro bar!