domenica 19 maggio 2013

L'angelo che non vola



A Roma, sulla facciata della chiesa di Sant'Andrea della Valle c'è un angelo, solo soletto, che non si può muovere da lì. Con la sua ala, infatti, deve evitare il crollo della facciata! La statua fu voluta da Carlo Rainaldi (ma realizzata dallo scultore Giacomo Antonio Fancelli o, secondo altri, da Ercole Ferrata), in aperta polemica con l'architetto che lo aveva preceduto... nientemeno che Carlo Maderno!
Pasquino stesso non poté fare a meno di commentare questa disputa tra architetti, facendo parlare l'angelo: “Vorrei volare al pari di un uccello/ma qui fui posto a fare da puntello”.
Gli angeli, ovviamente, dovevano essere due,uno per lato, ma dopo le critiche che seguirono la realizzazione del primo, relative soprattutto all'eccessiva lunghezza dell'ala, l'artista, offeso, lasciò l'opera incompiuta, dicendo che se il papa (Alessandro VII) voleva un'altra statua, poteva realizzarsela da solo!


sabato 18 maggio 2013

Er gelato de Roma

A Roma, si sa, il gelato è molto amato. Ciò che è meno risaputo è che il gelato è anche una tradizione antichissima! Già gli antichi Romani infatti, con il caldo, gustavano un antenato del gelato odierno: Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) ci racconta che si trattava di un miscuglio di ghiaccio tritato finemente, miele e succo di frutta. Il risultato doveva essere più simile a un sorbetto che alla nostra crema gelata, ma l'effetto doveva essere comunque rinfrescante e gradevole! Il ghiaccio proveniva dalle montagne vicino Roma oppure, nei mesi più caldi, si poteva contare sui nevai del Vesuvio e dell'Etna. Esso veniva quindi conservato con paglia, foglie secche e panni di lana, ma ovviamente solo i più benestanti potevano permettersi un lusso simile. Durante il Medioevo, in Occidente, l'uso di questo alimento fu dimenticato, ma continò invece a diffondersi in Oriente, finchè gli Arabi non lo reintrodussero in Sicilia. Secondo alcuni studiosi, il termine stesso di sorbetto deriverebbe dal termine arabo "sharbat", che significa "bibita fresca". A rielaborare ulteriormente la ricetta e a diffondere il gelato in Europa sarà invece, nel Cinquecento, il fiorentino Bernardo Buontalenti, architetto, artista, chimico, e infine... gelataio!

giovedì 16 maggio 2013

Lo xenodochio ritrovato

Foto da www.ilmessaggero.it

A Roma è stato ritrovato uno xenodochium.
Uno xenodochio o, in latino, xenodochium (la parola però ha origini greche), era una struttura in cui, durante l’epoca medievale, i pellegrini che intraprendevano lunghi viaggi verso i luoghi di culto potevano riposarsi e ristorarsi gratuitamente. A gestire questa sorta di ospizio per forestieri erano i monaci, che si impegnavano così nell’attività di assistenza ai forestieri che per devozione affrontavano lunghi e pericolosissimi viaggi, per lo più a piedi. Roma, come è naturale, nell’VIII secolo era una ambitissima meta di pellegrinaggio, e dalle fonti scritte sappiamo che nel medioevo erano almeno 14 gli xenodochia presenti. Fino ad ora però nemmeno uno di questi edifici era stato ritrovato. Nel corso dei lavori effettuati per la realizzazione della nuova linea del tram 8, invece, proprio in via delle Botteghe Oscure gli archeologi hanno portato alla luce questa preziosa testimonianza storica.
La soprintendente dott.ssa Fedora Filippi ha presentato ieri, in un convegno alla British School at Rome, i risultati delle indagini, ormai terminate. I ritrovamenti riguardano un corpo di fabbrica rettangolare, articolato in ambienti che affacciano lungo un corridoio. Le murature, in base alle tecniche edilizie, sembrano potersi datare tra l’VIII e il IX secolo, dato che si accorderebbe bene con le fonti storiche, le quali raccontano che papa Stefano II, tra il 752 e il 757 fece restaurare tutti gli xenodochia di Roma. L’identificazione puntuale con lo xenodochio degli Anici, fondato dalla gens Anicia e restaurato proprio da Stefano II sembra più che plausibile, ma non ancora certa.
Oltre ai dormitori dei pellegrini, il complesso edilizio era dotato anche di terme, di un refettorio e, ovviamente, era collegato a un oratorio: si tratta della chiesa medievale di Santa Lucia de’ Calcarari, demolita nell’Ottocento ma di cui sono ora tornati alla luce i resti. Scopriamo così che si trattava di una chiesa con tre absidi ad angolo retto (unico esempio di VIII secolo conosciuto a Roma), larga 12 metri e lunga 16, con il presbiterio rivestito di lastre di marmo. Nel XVII secolo, probabilmente in coincidenza di un importante intervento di ristrutturazione, il pavimento medievale della chiesa fu distrutto per ricavare, secondo una pratica piuttosto diffusa, un ossario, cioè un ambiente in cui raccogliere i resti ossei di persone inumate precedentemente e riesumate, in modo tale da poter creare spazio per nuove sepolture.
Questa è Roma: una città in cui sostituendo i binari del tram, puoi ritrovare secoli di storia, semplicemente dimenticati lì!

giovedì 2 maggio 2013

La Menorah nascosta


In pochi lo sanno, ma nel Roseto Comunale di Roma (generalmente aperto da aprile a giugno) si nasconde una Menorah! Scopriamo dove e perché. Nell'area che attualmente ospita più di mille varietà di rose, a partire dalla metà del XVII secolo e fino alla fine dell'Ottocento, sorgeva il cimitero della Comunità Ebraica. Il luogo, anche come conseguenza della politica discriminatoria promossa dal papato in quel periodo, divenne presto conosciuto col nome di "Ortaccio degli Ebrei". Il suo utilizzo si protrasse fino al 1895, in quanto il Cimitero Monumentale del Verano, inaugurato nel 1836, era inizialmente riservato ai cattolici e solo dopo il 1870 fu aperto anche agli ebrei.  L'odierna via Murcia, che attualmente attraversa il roseto, fu aperta nel 1934 e in quell'occasione le sepolture vennero trasferite. Durante la seconda guerra mondiale, la zona fu utilizzata come orto per far fronte alla scarsità di viveri e finalmente, nel 1950, divenne un giardino pubblico ricco di rose. Per ricordare le antiche sepolture, i viali di una delle due parti che compongono il Roseto, furono progettati proprio a forma di Menorah, il candelabro ebraico a sette braccia. Inoltre, presso ognuno dei due ingressi, fu apposta una targa raffigurante le Tavole della Legge. 
Raramente mentre si passeggia all'interno del parco si percepisce questa particolarità che caratterizza il nostro roseto, ma, come vedete in foto, con una visuale dall'alto la Menorah risulta sorprendentemente evidente!

Foto da google maps

giovedì 28 marzo 2013

Le dita del diavolo e il Faraone - Bonaparte


Il diavolo, si sa, si può incontrare un po' ovunque. È più raro però trovare le sue tracce tangibili impresse nella pietra! Questo è esattamente quello che è possibile vedere visitando la basilica di Santa Sabina, sull'Aventino. Si tratta di una delle basiliche minori di Roma, nonché di una delle chiese paleocristiane meglio conservate. In particolare, oltre al noto mosaico con iscrizione che decora la controfacciata dell'edificio (V secolo), è assolutamente da ammirare il portale ligneo di V secolo, con 18 riquadri scolpiti nel legno di cipresso e raffiguranti scene dell'Antico e del Nuovo Testamento. Una delle formelle reca la più antica rappresentazione plastica della crocifissione conosciuta. Tutta la porta, del resto, è il più antico esempio di scultura lignea paleocristiana. Un'ulteriore curiosità riguardante la porta è legata al restauro del 1836: sul pannello con il passaggio del Mar Rosso da parte degli ebrei, il restauratore ha voluto lasciarci un ricordo del suo intervento e del suo pensiero politico: il volto del faraone che sta per annegare è stato sostituito dal ritratto dell'evidentemente odiatissimo Napoleone (peraltro morto già da più di 10 anni...)!
La basilica fu costruita nel V secolo sopra la domus della matrona Sabina, poi confusa con l'omonima Santa umbra. Al suo interno sono reimpiegate 24 colonne del tempio di Giunone Regina. L'edificio fu inglobato nel IX secolo nei Bastioni Imperiali, e il suo interno fu piú volte rimaneggiato, anche da illustri architetti, come Domenico Fontana (1587) e Francesco Borromini (1643). Fu invece Antonio Munoz che nel Novecento si occupó di restituire alla chiesa la sua struttura originaria. Altro elemento degno di nota è il campanile medievale (XIII secolo, mozzato nel Seicento).
Entrando nella basilica, sulla sinistra potrete notare una colonnetta tortile sormontata da una strana pietra nera. State guardando il LAPIS DIABOLI! La leggenda racconta che San Domenico di Guzmán (fondatore dell'ordine dei Predicatori, noti anche come Domenicani), al quale papa Onorio, nel 1222, aveva affidato la chiesa, era solito pregare su una lastra di marmo che copriva le ossa di alcuni martiri. Una notte, mentre Domenico era intento nella preghiera, il diavolo cercò in ogni modo di tentarlo e di indurlo al peccato, ma il Santo, tanto concentrato da rasentare l'estasi, continuò a pronunciare le sue orazioni. Il diavolo allora, furibondo per il fallimento, prese con i suoi artigli un pesante blocco di basalto nero e con tutta la forza di cui era capace lo scagliò contro Domenico. Forse un provvidenziale intervento divino, forse il fatto che una buona mira sembrerebbe non rientrare tra le pur molteplici prerogative diaboliche, fatto sta che la pietra sfiorò il Santo lasciandolo illeso e ancora intento nelle sue preghiere, finendo invece per colpire la lapide che proteggeva i resti dei martiri. In effetti, al centro della schola cantorum, noterete che la lastra è stata ricomposta, al centro del pavimento, da numerosi frammenti. Essa però, in realtà, non fu frantumata dall'ira del diavolo ma dall'estro del Fontana, che nel corso della sua ristrutturazione decise di spostare il sepolcro, rompendo e gettandone via la copertura, in seguito ritrovata e ricomposta nella nuova collocazione. La veridicità della storia è invece "provata" dalla pietra scelta dal diavolo per il suo fallimentare tiro a segno e conservata, come si diceva, sulla colonnina tortile: sulla sua superficie alcuni buchi, come un enorme artiglio, sono il segno lasciato dalle dita del diavolo. Quasi dispiace dirlo, ma la piatta e banale realtà ci dice invece che questa pietra è un peso da bilancia (secondo alcuni una macina) rinvenuto nei sotterranei della chiesa. Ma in fondo, nulla vieta che il diavolo possa aver scagliato un antico peso, conferendogli una nuova notorietà! Si dice che di tanto in tanto, di notte, Satana torni ancora a Santa Sabina, fermandosi qualche istante sulla porta della chiesa per poi allontanarsi sconsolato e, di certo, ancora un po' indispettito!
Santa Sabina, definita anche la "perla dell'Aventino", ha ancora qualcosa da svelarci. Dall'atrio della chiesa, attraverso una piccola apertura nel muro protetta da un vetro, è possibile "spiare" il chiostro duecentesco. La vista sarà catturata da un albero di arance: si tratta della prima pianta di arance giunta in Italia, portata dal Portogallo e piantata in questo luogo proprio da San Domenico. Ed è ovviamente una pianta miracolosa, in quanto, benché ormai secca, essa ha sempre continuato a dare i suoi frutti attraverso altri alberi rinati sull'originale. Si dice che proprio da questa pianta Santa Caterina da Siena  avesse preso le 5 arance poi candite e donate all'impetuoso e violento papa Urbano VI nel 1379 per dimostrargli come anche un frutto aspro possa riempirsi di dolcezza. Oggi anche altri alberi di arance colorano il chiostro, ma è impossibile non riconoscere quello originale!
Quanta storia, e quante leggende che racchiudono altra storia, sono nascoste in questa splendida e spesso trascurata meraviglia romana!